Opere soffocate
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“La macchia sulla camicia” di Martina Feola e Mauro Maraschin

“Maledizione!” mi venne da pensare. Avevo appena indossato una camicia bianca, perché dovevo recarmi ad un appuntamento importante ed ecco che me la trovavo con una macchia. Era verso il fondo…forse infilandola nei pantaloni.
Ma no! Lì c’è un locale, un bar. Mi trovavo all’estero, avevo appena attraversato un ampio spazio sterrato in fondo al quale sorgevano una serie di agglomerati urbani dalle forme e dai colori insoliti, ero finito casualmente in quella località sperduta. Mi sembra aperto. Avranno sicuramente qualcosa per smacchiare.
Davanti al piccolo bar, però, c’era un cortile, dove assistetti ad una scena che mi fece dimenticare completamente la macchia. Un mucchio di persone si agitavano. C’era anche mia moglie, che osservava con aria perplessa gli altri, con l’espressione di chi non sa che cosa fare. Che strano! Di solito mia moglie è una che sa sempre cosa fare. Forse è uno dei motivi per cui mi sono innamorato di lei, io che di solito mi ingarbuglio anche nelle situazioni più semplici, come smacchiare una camicia.
In mezzo a quel groviglio di persone scorsi la testa bionda della mia amica Marica che si agitava. Marica era una ragazza con gravi problemi psichici a cui, però, volevo molto bene. Tutti stavano cercando di tenerla ferma, ma lei si divincolava. Iniziò ad urlare frasi in una lingua incomprensibile, che però mia moglie sosteneva di comprendere. Ad un certo punto diede uno strattone più forte ed iniziò a fuoriuscire acqua dalle fughe tra una piccola piastrella e l’altra. Guardammo tutti nella pozzanghera, ma non c’era più nessuno. “Si è sciolta” commentò desolata mia moglie.
Io entrai nel bar e, sotto il bancone, vidi spuntare un paio di scarpe femminili rosse.
Erano di Erica che, nascosta lì sotto, mi faceva cenno di non segnalarla a nessuno.
Poi, però, si alzò ed iniziò ad insistere con il barista affinché le desse da bere. Io intervenni, sostenendo che non dovesse più bere, perché mi pareva già alticcia.
Quando mi girai, notai, però, che i lunghi capelli biondi di Erica erano diventati corti e scuri. “Come ha fatto a tagliarsi i capelli?” pensai.
Non si trattava più di Erica, ma di un giovane tossico che conoscevo vagamente.
In quel momento tutto cambiò completamente. Mi ritrovai in una stanza dove c’era un bel letto di legno stile impero, simile a quello dove dormiva mia moglie prima di sposarmi ed io ero diventato una donna magra, con un vestito lungo, che si dava pugni nella pancia, provando un dolore intenso.
Il dolore e l’angosciosa solitudine della stanza mi indussero ad uscire dalla porta all’aperto.
Mi ritrovai in quello che sembrava un inquietante campo di concentramento.
Alcuni cartelli spiegavano che si trattava di un centro di recupero per tossicodipendenti.
Erano figure magre e spettrali, vestite poveramente, con gli occhi cerchiati di nero e dei segni neri sul naso che li facevano sembrare tristi pagliacci.
Se ne stavano pazientemente in fila, in attesa di entrare in una sorta di stranissimo autolavaggio, dove venivano spruzzati di varie sostanze colorate. “Saremo perfettamente guariti, quando usciremo di qui” diceva uno, con un velo di rassegnazione nella voce.
“Pensi che anch’io ero insegnante, prima di ridurmi così” raccontava un altro. Mi accorsi che stava parlando ad un soldino di cacio con un cespuglio di capelli color miele in testa che altro non era che mia moglie. Che ci faceva lì? Provai a salutarla, ma venne risucchiata dalla folla dei tossicodipendenti in attesa e io la persi di vista. C’erano una serie di passaggi obbligati in cui si era introdotti dal personale addetto alla sicurezza e da dottori in camice armati di punzoni elettrici come quelli di una moderna macelleria. Gli ospiti in seguito venivano separati dai pazienti tossicodipendenti che immediatamente finivano legati da alcuni sacerdoti a tubature flessibili, ed erano subitamente inondati di liquidi oleosi.
Iniziai a vagare in quel luogo piuttosto triste, ma non riuscivo assolutamente a trovare una via d’uscita. Mi perdevo in stanze grigie tutte uguali.  Oppure lungo polverose scalinate di legno ingabbiate da strutture somiglianti ad una enorme ed infinita conigliera. Ad un certo punto trovai una porta di legno intagliata elegantemente, diversa dalle altre.
Provai ad aprire. Dentro c’era mia moglie, intenta ad armeggiare con le leve di una sorta di plancia di comando dove erano istoriati segni stranissimi che forse stava cercando di decifrare. Era così concentrata che non si accorse nemmeno della mia presenza. Ad un certo punto un lampo di soddisfazione le illuminò il viso. Si aprì un varco in uno dei muri della stanza ed entrò un vivido raggio di luce. A questo punto mia moglie si girò verso di me e mi tese una mano con uno dei sorrisi più dolci. Gliela afferrai e mi ritrovai insieme a lei in un prato fiorito.

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