Poesie e altro
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André Breton o, piuttosto, la vita

Noto come poeta e teorico del surrealismo, che favorì con la stesura dei manifesti e curando riviste, mostre e incontri; fu allievo del filosofo André Cresson.
André Breton nasce il 19 febbraio del 1896 a Tinchebray (Francia), figlio unico di Louis e Marguerite.
Trasferitosi con la famiglia a Pantin ancora bambino, frequenta l’Istituto Religioso Saint Elisabeth per poi entrare alla scuola comunale della città, dove si rivela uno studente eccellente.
Scoprendo le opere di Huysmans, Mallarmé e Baudelaire, si avvicina anche alle arti figurative interessandosi a Paul Signac, Edouard Vuillard, Pierre Bonnard e Gustave Moreau. Mentre politicamente si mostra coinvolto dall’anarchismo, André Breton nel 1913 si iscrive all’università alla facoltà di Medicina e continua a scrivere poesie (alcune pubblicate sulla rivista “La Phalange”): per questo decide di sottoporle all’attenzione di Paul Valéry, per averne un giudizio.
Chiamato al servizio militare nel 1915, Breton scrive la pièce “Décembre”, che spedisce ad Apollinaire; l’anno seguente compone – mentre è di stanza come infermiere militare a Nantes – “Age”, il suo primo poema in prosa fortemente influenzato da Rimbaud. In questo periodo egli ipotizza anche di dedicarsi alla psichiatria.
Tornato a Parigi, diventa amico di Apollinaire e conosce Jacques Vaché e Joseph Babinski, oltre a Philippe Soupault e Pierre Reverdy. Scrive, inoltre, su “Mercure de France”, e intrattiene rapporti con Louis Aragon, a sua volta studente di medicina. È proprio grazie a lui che nel 1918 scopre il Conte di Lautréamont.
L’anno successivo manifesta a Tristan Tzara il proprio coinvolgimento per il “Manifesto Dada 3”, e insieme con Soupault e Aragon fonda la rivista “Littérature”, a cui collaboreranno anche Paul Morand, Jean Cocteau, Max Jacob e Jean Giraudoux. Diventa amico di Francis Picabia e nel 1920 aderisce con convinzione al dadaismo.
l 17 settembre sposa Simone Kahn  e durante il viaggio di nozze viene ricevuto da Sigmund Freud a Vienna e si stabiliscono al 42 di rue Fontaine, dove lui resterà fino al 1949. In questo atelier si tengono esperimenti di scrittura sotto ipnosi, sedute spiritiche, raccolte di oggetti strani ritrovati per strada, ritagli di giornali come collage, maschere e oggetti sacri e discussioni sull’arte, sul sogno e sulla letteratura.
Nel 1924, dopo qualche anno di tentennamenti dalla rottura con il dadaismo, nasce il Surrealismo, ed esce il primo manifesto (firmato tra gli altri da Aragon, Breton, René Crevel, Robert Desnos, Paul Eluard, Pierre Naville, , Benjamin Péret Roger Vitrac). Al manifesto viene allegata la raccolta di Breton Poisson soluble. In giugno chiude la seconda serie (iniziata nel marzo 1922) di “Littérature”. Parte invece la rivista “La Révolution surréaliste” (dicembre 1924).
Nel 1927 egli incontra Suzanne Muzard, della quale si innamora (la sposerà l’anno successivo, dopo avere divorziato da Simone) e scrive l'”Introduction au discours sur le peu de réalité”. Dopo avere svolto un’inchiesta sulla sessualità pubblicata su “La Révolution surréaliste”, diventa amico di Salvador Dalì e Georges Sadoul, e si appassiona al cinema.
Dà il via a “Le Surrèalisme au service de la Révolution”, una nuova rivista il cui primo numero viene pubblicato nell’estate del 1930, e pubblica le raccolte “Ralentir travaux”, “L’Immaculée Conception” e “L’Unione libre”. In seguito, l’espansione nazista e l’avvicinarsi della guerra cambiano i suoi piani: richiamato alle armi dopo l’invasione della Polonia da parte della Germania, lavora come medico militare a Poitiers; poi, pubblica la “Anthologie de l’humour noir”, opera che viene censurata dopo l’ingresso di Hitler a Parigi.
Breton, il cui nome è inserito dell’elenco dei comunisti, decide di andare in esilio. Rifugiatosi nel sud della Francia a Martigues dall’amico Pierre Mabille, si sposta poi a Marsiglia e a bordo di una nave si reca in Martinica, dove incontra Aimé Césaire. Da lì si trasferisce a New York, dove viene aiutato anche da Peggy Guggenheim, che contribuisce al suo mantenimento economico.
In seguito, conosce Elisa Claro, che sposa: dopo un viaggio tra Canada, Haiti e Santo Domingo, i due tornano in Francia. A Parigi, però, André Breton non si sente più a proprio agio, anche per i numerosi mutamenti che hanno interessato l’ambito intellettuale.
Muore il 28 settembre del 1966 a Parigi, dove era stato portato dopo essere stato colpito da una crisi respiratoria mentre si trovava a Saint-Cirq-Lapopie in vacanza.

“È per me il più grande poeta (e non solo) di tutti i tempi”(Mauro Maraschin).
Caratteristiche del Surrealismo

La caratteristica di una scrittura surrealista automatica è l’incredibile poeticità che trasuda in ogni parola, che accostata vertiginosamente ad una parola che ne segue diametralmente opposta, se ne innamora. Lo scintillio che ne scaturisce evoca il meraviglioso. Un meraviglioso insensato. Ma per nulla paragonabile al non senso del dadaismo, dove il nichilismo implicito azzera ogni forma di poeticità. Non è così nel futurismo, dove le problematiche derivano da un approccio virile di stampo maschilista, dove però alcuni azzardi poetici, come ad esempio Le Notti Filtrate di Mario Carli paiono proprio anticipare il surrealismo. Ma non dimentichiamo che il surrealismo, come la legge di gravità, è sempre esistito, solo qualcuno si è accorto della sua esistenza e lo ha definito (Apollinaire ne fondò la parola, Breton la teoria). Per questa ragione si possono definire opere surrealiste anche scritture antichissime, come per esempio il Cantico dei Cantici.
Nella psicanalisi Freud definiva questa stasi della ragione, in cui il delirio portava il paziente a farneticare frasi incomprensibili, ma al tempo stesso affascinanti, con un termine da lui coniato: la concatenazione d’oro.
Possiamo comprendere il surrealismo in certi nostri stadi, tipici del dormiveglia, dove parole, emozioni ed immagini, scorrono ad una velocità incredibile associando fra loro frammenti assolutamente disparati ma incantevoli, a un punto tale che non riusciamo più, al risveglio, con l’uso limitato della nostra ragione, a ricordarne nulla, se non i pochi ultimi brandelli.
Cito ancora il grande Breton che, nel primo Manifesto del Surrealismo così scriveva:
Quest’estate le rose sono azzurre; il bosco è vetro. La terra drappeggiata nelle sue fronde mi fa tanto poco effetto come un fantasma. Vivere e cessare di vivere, sono soluzioni immaginarie. L’esistenza è altrove.

“Questa parola amore, a cui gli spiriti di cattivo gusto si sono
ingegnati a far subire tutte le generalizzazioni e tutte le corruzioni
possibili (amore filiale, amore divino, amore della patria ecc.),
viene da noi qui ricondotta, è inutile dirlo, al suo senso stretto,
e minaccioso, di attaccamento totale a un essere umano, fondato
sull’imperioso riconoscimento della verità ‘in un’anima e in un
corpo’ che sono l’anima e il corpo di quest’essere.”

Piuttosto la vita

Piuttosto la vita piuttosto la vita Infanzia venerabile
Il nastro che parte da un fachiro
Rassomiglia alla guida di scorrimento del mondo
Sebbene il sole non sia che un relitto
Per poco che il corpo della donna gli rassomigli
Tu sogni contemplando lungo tutta la traiettoria
O solamente chiudendo gli occhi
sull’adorabile uragano che si chiama la tua mano
Piuttosto la vita

Piuttosto la vita con le sue sale d’attesa
Quando si sa che non si sarà mai introdotti
Piuttosto la vita che quegli edifici termali
Dove il servizio è fatto da collari
Piuttosto la vita sfavorevole e lunga
Quand’anche i libri si richiudessero qui
su meno dolci scaffali
Quand’anche laggiù si stesse meglio
o qualcosa di più di meglio si stesse liberi sì
Piuttosto la vita

Piuttosto la vita come sfondo di disprezzo
A questa testa sufficientemente bella
Come l’antidoto di quella perfezione
ch’essa chiama e teme
La vita il trucco di Dio
La vita come un passaporto vergine
Una cittadina come Pont-à-Mousson
E giacché tutto è già stato detto
Piuttosto la vita

Sulla strada di S.Romano
La poesia si fa in un letto come l’amore
Le sue lenzuola sfatte sono l’aurora delle cose
La poesia si fa nei boschi

Ha lo spazio che le occorre
Non questo ma quello che condizionano

L’occhio del nibbio
La rugiada sull’equiseto
Il ricordo di una bottiglia di Traminer appannata su un vassoio d’argento
Un’alta colonna di tormalina sul mare
E la strada dell’avventura mentale
Che sale a picco
Si ferma e subito s’ingarbuglia

Non è cosa da gridare dai tetti
È sconveniente lasciare la porta aperta
O chiamare dei testimoni

I banchi di pesci le siepi di cinciallegre
I binari all’entrata di una grande stazione
I riflessi delle due rive
I solchi del pane
Le bolle del ruscello
I giorni del calendario
L’iperico

L’atto d’amore e l’atto poetico
Sono incompatibili
Con la lettura del giornale ad alta voce

Il senso del raggio di sole
Il luccichio azzurro che rilega i colpi d’ascia del taglialegna
Il filo dell’aquilone a forma di cuore o di nassa
Il battito ritmico della coda dei castori
La diligenza del lampo
Il lancio di confetti dall’alto di vecchie scalininate
La valanga

La camera degli incantesimi
No signori non si tratta dell’ottava Camera
Né dei vapori della camerata la domenica sera

Le figure di danza eseguite in trasparenza sopra gli stagni
La delimitazione di un corpo di donna contro il muro al lancio dei coltelli
Le volute chiare del fumo
La curva della spugna delle Filippine
Le gemme del serpente corallo
Il varco dell’edera tra le rovine
Lei ha tutto il tempo davanti a sé

La stretta poetica come la stretta carnale
Finché dura
Impedisce le prospettive di miseria del mondo

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Nella bella penombra del 1934
L’aria era una splendida rosa color triglia
E la foresta quando mi preparavo ad entrarci
Cominciava con un albero dalle foglie fatte di cartine di sigarette
Perché ti attendevo
E perché se te ne vieni con me
Da qualsiasi parte
La tua bocca è volentieri il niello
Dal quale riparte continuamente la ruota azzurra diffusa e spezzata che sale
A impallidire nella rotaia
Tutti i prodigi s’affrettavano a venirmi incontro
Uno scoiattolo era venuto ad applicare il suo ventre bianco sul mio cuore
Non so come ci stava
Ma la terra era piena di riflessi piú profondi di quelli dell’acqua
Come se il metallo avesse finalmente scosso il suo guscio
E tu coricata sullo spaventoso mare di pietre dure
Roteavi
Nuda
In un gran sole di fuoco d’artificio
Ti vedevo far discendere lentamente dai radiolari
Le conchiglie stesse del riccio di mare c’ero
Chiedo scusa non c’ero già piú
Avevo alzato la testa perché lo scrigno vivente di velluto bianco m’aveva lasciato
Ed ero triste
Il cielo tra le foglie riluceva feroce e duro come una libellula
Stavo per chiudere gli occhi
Quando le due pareti del bosco che s’erano bruscamente divaricate si sono abbattute
Senza rumore
Come le due foglie centrali d’un mughetto immenso
D’un fiore capace di contenere tutta la notte
Ero dove mi vedi
Nel profumo suonato a tutto spiano
Prima che quelle foglie tornassero come ogni giorno alla vita cangiante
Ho avuto il tempo di posare le labbra
Sulle tue cosce di vetro

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La mia donna dai capelli di fuoco di legna
Dai pensieri di lampi di calore
Dalla Vita di clessidra
La mia donna dalla vita di lontra tra i denti della tigre
La mia donna dalla bocca da coccarda e fascio di stelle di ultima grandezza
Dai denti a impronta di topo bianco sulla terra bianca
Dalla lingua d’ambra e vetro lucidati
La mia donna dalla lingua d’ostia pugnalata
Dalla lingua di bambola che apre e chiude gli occhi
Dalla lingua di pietra incredibile
La mia donna dalle ciglia ad aste di scrittura infantile
Dalle sopracciglia a bordo di nido di rondine
La mia donna dalle tempie d’ardesia di tetto di serra
E di vapore che appanna vetri
La mia donna dalle spalle di champagne
Fontana con teste di delfini sotto ghiaccio
La mia donna dai polsi di fiammiferi
La mia donna dalle dita d’azzardo e d’asso di cuori
Dalle dita di fieno tagliato
La mia donna dalle ascelle di martora e faggiola
Di notte di San Giovanni
Di ligustro e nido di scalari
Daslle braccia di schiuma marina e di chiusa
E di miscuglio del grano e del mulino
La mia donna dalle gambe di missile
Dai movimenti d’orologeria e disperazione
La mia donna dai polpacci di midollo di sambuco
La mia donna dai piedi a iniziale
Dai piedi a mazzi di chiavi, piedi di calafati che bevono
La mia donna dal collo d’orzo imperlato
La mia donna dalla gola di Val d’Or
Di appuntamenti nel letto stesso del torrente
Dai seni di notte
La mia donna dai seni di monticelli di talpa marina
La mia donna dai seni di crogiolo di rubini
Dai seni di spettro della rosa sotto la rugiada
La mia donna dal ventre ad apertura di ventaglio dei giorni
Dal ventre d’artiglio gigante
La mia donna schiena d’uccello che fugge in verticale
Dalla schiena d’argento vivo
Dalla schiena di luce
Dalla nuca a sasso levigato e gesso bagnato
E a caduta di bicchiere nel quale si è bevuto
La mia donna dalle anche di navicella
Dalle anche a lampadario e penne di freccia
E a nervature di piume di pavone bianco
A equilibrio insensibile
La mia donna dalla natica di arenaria e amianto
La mia donna dalla natica a dorso di cigno
La mia donna dalla natica primaverile
Dal sesso di gladiolo
La mia donna dal sesso di giacimento aurifero e di ornitorinco
La mia donna dal sesso d’alga e dolciumi d’un tempo
La mia donna dal sesso di specchio
La mia donna dagli occhi pieni di lacrime
Dagli occhi di panoplia violetta e ago magnetizzato
La mia donna dagli occhi di savana
La mia donna dagli occhi d’acqua da bere in prigione
La mia donna dagli occhi di bosco sempre sotto l’ascia
Dagli occhi dei livelli d’acqua d’aria di terra e di fuoco

Guerra

Guardo la Bestia mentre si lecca
Per meglio confondersi con quanto la circonda
I suoi occhi del colore dell’uragano
All’improvviso sono la pozza che attira a sé la biancheria sporca i rifiuti
Quella che ferma sempre l’uomo
La pozza con la sua piccola Place de l’Opera nel ventre
Dato che la fosforescenza è la chiave degli occhi della Bestia
Che si lecca
E la sua lingua
Che dardeggia non si sa mai in anticipo in quale direzione
È un crocevia di fornaci
Dal basso contemplo il suo palato un palazzo
Fatto di lampade insaccate
E sotto la volta blu reale
Di archi un tempo dorati in prospettiva l’uno nell’altro
Mentre soffia il fiato fatto dalla generalizzazione infinita di quello dei miserabili a torso
nudo che si producono sulla pubblica piazza
ingoiando torce imbevute di petrolio in un’acre
pioggia di moneta
Le pustole della Bestia risplendono di quelle ecatombi di giovani in cui s’ingozza il
Numero
Coi fianchi protetti da quelle luccicanti scaglie che sono gli eserciti
Son tutte a cupola e ciascuna di esse gira a perfezione nella sua cerniera
Benché dipendano l’una dall’altra non meno dei galli che s’insultano all’aurora da letamaio a letamaio
Si può toccare con mano la lacuna di coscienza cionondimeno c’è chi continua a sostenere che il giorno sorgerà
La porta volevo dire la Bestia si lecca sotto l’ala
E si vedono – forse dal riso – agitarsi i farabutti in fondo a una taverna
Quel miraggio del quale s’era fatta la bontà è in discussione
È un giacimento di mercurio
Potrebbe essere lappato in un sorso
Ho creduto che la Bestia si voltasse verso di me ho rivisto l’obbrobrio del lampo
Quanto è bianca nelle membra negli snodi delle sue cortecce in cui s’organizza l’agguato
Nel sartiame delle sue navi alla prua delle quali s’immerge che le fatiche d’amore hanno adornata d’una maschera verde
Falso allarme la Bestia tiene gli artigli come una corona erettile intorno ai seni
Cerco di non perdere troppo l’equilibrio quando muove la coda
Che è al contempo il carro sghembo e la frustata
Nell’odore soffocante di cicindela
Dalla sua lettiera sporca di sangue nero e d’oro verso la luna essa aguzza uno delle sue corna sull’albero entusiasta del dolore
E mentre si raggomitola con languori spaventosi
Con vivo compiacimento
La Bestia si lecca il sesso non ho detto niente

La morte rosa

Le piovre alate guideranno per l’ultima volta la barca che vele fatte di questo solo giorno
ora per ora
È la veglia unica e poi sentirai salire sui tuoi capelli il sole bianco e nero
Dalle segrete delle prigioni stillerà un liquore più forte della morte
Quando la si contempla dall’alto di un precipizio
Le comete si appoggeranno teneramente alle foreste prima di folgorarle
E tutto passerà nell’amore indivisibile
Se mai il motivo dei fiumi sparisce
Prima che faccia completamente notte osservai
La grande pausa dell’argento
Su un pesco in fiore apparriranno delle mani
Che scrissero questi versi che saranno fusi d’argento
Anch’esse e anche rondini d’argento sul telaio della pioggia
Vedrai l’orizzonte schiudersi e di colpo sarà tutto finito per il bacio dello spazio
Ma le paura non esisterà già più e i vetri del cielo e del mare
Voleranno al vento più forte di noi
Che farò del tremito della tua voce
Topo danzante intorno al solo lampadario che non cadrà
Argano del tempo
Salirò sul cuore degli uomini
Per una suprema lapidazione
La mia fame girerà su se stessa come un diamante troppo sfaccettato
Farà le trecce ai capelli di suo figlio che è il fuoco
Silenzio e vita
Ma i nomi degli amanti saranno dimenticati
Come l’adonide goccia sangue
Nella luce impazzita
Domani mentirai alla tua giovinezza
Alla tua grande giovinezza lucciola
Solo gli echi prenderanno il calco di tutti quei luoghi che furono
E nell’infinita vegetazione trasparente
Passerai alla velocità
Che governa gli animali dei boschi
Al mio relitto forse ti graffierai
Senza vederlo come ci si getta su un’arma galleggiante
Perché apparterrò al vuoto simile ai gradini
D’una scala il cui movimento si chiama tanto in pena
A te i profumi da allora i profumi proibiti
L’angelica
Sotto il muschio cavo e sotto i tuoi passi che non sono passi
I miei sogni saranno formali e vani come il rumore di palpebre dell’acqua nell’ombra
Mi introdurrò nei tuoi per sondarvi la profondità delle tue lacrime
I miei appelli ti lasceranno dolcemente incerta
E nel treno fatto di tartarughe di ghiaccio
Non avrai da tirare il segnale di allarme
Arriverai tu sola su questa spiaggia perduta
Dove una stella scenderà sui tuoi bagagli di sabbia

Sulla strada che sale e scende

Ditemi dove si fermerà la fiamma
Ma quali sono i connotati delle fiamme
Questa arriccia appena la carta
Si nasconde nei fiori e niente l’alimenta
Ma si vede negli occhi e non si sa nemmeno ciò che si vede negli occhi
perché ti vedono
Una statua è inginocchiata nel mare ma
Non è più il mare
I fari si ergono ora nella città
Sbarrano la strada ai blocchi meravigliosi di ghiaccio e di carne
Che precipitano nell’arena i loro innumerevoli carri
La polvere addormenta le donne vestite da regine
E la fiamma corre sempre
È una gorgiera di merletto al collo di un giovin signore
È l’impercettibile suoneria d’una campana di paglia nella casa d’un poeta o di qualche
altro buono a nulla
È l’emisfero boreale per intero
Con le sue lampade appese coi suoi pendoli che si posano
È ciò che sale dal precipizio dell’ora dell’appuntamento
I cuori sono i rami leggeri di quell’oceano perduto
Quando la segnaletica gira a lato delle strade con un rumore secco
Che assomiglia a quello scricchiolio speciale sotto ai passi dei preti
Non più un’attrice in tournée nei vagoni bianchi e oro
Che affacciata al finestrino mentre pensieri d’acqua grandissimi coprono i fossi
Non s’attenda che la fiamma le conferisca l’oblio definitivo della parte
Le etichette sbiadite delle bottiglie verdi parlano ancora di castelli
Ma quei castelli son deserti ad eccezione d’una chima viva
Château-Ausone
E quella chioma che non s’attarda a sciogliersi
Galleggia sull’aria medusa È la fiamma
Gira adesso intorno a una croce
Diffidate profanerebbe la vostra tomba
Sottoterra la medusa è ancora a casa sua
È la fiamma dalle ali di colomba non scorta che i viaggiatori in pericolo
Pianta in asso gli amanti appena sono in due a essere soli
Dove va vedo andare in frantumi gli specchi di Venezia all’avicinarsi di Venezia
Vedo aprirsi finestre avulse da qualsiasi tipo di muro su un cantiere
Là degli operai nudi fanno il bronzo più chiaro
Sono tiranni troppo dolci perché contro di loro si sollevino le pietre
Hanno ai piedi dei braccialetti fatti di quelle pietre
I profumi gravitano intorno ad essi stella della mirra terra del fieno
Conoscono i paesi piovosi svelati dalle perle
Una collana di perle fa per un momento sembrare grigia la fiamma
Ma subito una corona di fiamme s’incorpora le perle immortali
Alla nascita d’un bosco che deve salvare dalla distruzione le sole essenze delle piante
Prendono parte un uomo e in cima ad una rampa di scale  di felci
Diverse donne raggruppate sugli ultimi gradini
Aprono e chiudono gli occhi come fanno le bambole
L’uomo che che io non sono più frusta allora l’ultimo animale bianco
Che svanisce nella nebbia mattutina
Sarà mai fatta la sua volontà
Nel primo pergolato di foglie la fiamma cade come un giocattolo
Sotto i suoi occhi si getta la rete delle radici
Un coperto d’argento su una tela di ragno
Ma la fiamma non ce la farebbe a riprender fiato
Guai a una fiamma che riprendesse fiato
Penso a una fiamma barbara
Come quella che passando in quel ristorante di notte brucia alle dita delle donne i ventagli
Come quella che avanza a tutte le ore sulle mie tracce
E risplende alla caduta delle foglie in ogni foglia che cade
Fiamma d’acqua guidami fino al mare di fuoco

Le attitudini spettrali

Non do alcuna importanza alla vita
Non fisso la minima farfalla di vita sull’importanza
Non importo alla vita
Ma i rami del sale i rami bianchi
Tutte le bolle d’ombra
E gli anemoni di mare
Discendono e respirano all’nterno del mio pensiero
Vengono dalle lacrime che non verso
Dai passi che non faccio che sono due volte dei passi
E di cui si ricorda la sabbia quando monta la marea
Le sbarre sono all’esterno della gabbia
E gli uccelli vengono da molto in alto a cantare davanti a quelle sbarre
Un passaggio sotterraneo unisce tutti i profumi
Un giorno una donna c’è entrata
Quella donna si fece così splendente che non la ho potuta vedere
Con questi occhi che hanno visto me stesso bruciare
Avevo già l’età che ho adesso
E vegliavo su di me sul mio pensiero come un guardiano notturno in una fabbrica
immensa
Unico guardiano
Lo spartitraffico incantava sempre gli stessi tram
I volti di gesso non avevano perso nulla della loro espressione
Mordevano il fico del sorriso
Conosco un panneggio in una città scomparsa
Se mi piacesse apparirvi vestito in quel panneggio
Credereste che sta avvicinandosi la vostra fine
Come la mia
Infine le fonti capirebbero che non bisogna dire Fonte
S’attirano i lupi con gli specchietti di neve
Posseggo una barca avulsa da tutti i climi
Sono trascinato da una banchisa che ha denti di fiamma
Taglio e fendo li legno di questo albero che sarà sempre verde
Un suonatore s’impiglia nelle corde del suo strumento
La Bandiera Nera del tempo di nessun racconto infantile
Abborda un vascello che è solo il fantasma del suo
C’è forse un’elsa per questa spada
Ma in quest’elsa c’è già un duello
Nel corso del quale i due avversari si disarmano
Il morto è il meno offeso
L’avvenire non è mai

Le tende che non sono state mai alzate
Ondeggiano alle finestre delle case che verranno costruite
I letti fatti di tutti i gigli
Scivolano sotto le lampade di rugiada
Una sera verrà
Le pepite di luce s’immobilizzano sotto il muschio turchino
Le mani che fanno e disfano i nodi dell’amore e dell’aria
Conservano tutta la loro trasparenza per quelli che vedono
Essi vedono i palmi sulle mani
Le corno negli occhi
Ma il bracere delle corone e dei palmi
S’accende non fa che accendersi appena nel più profondo della foresta
Là dove i cervi mirano piegando la testa gli anni
Non si sente ancora che un debole battito
Da cui procedono mille rumori più leggeri o più sordi
E questo battito si perpetua
Ci sono vesti he vibrano
E la loro vibrazione è all’unisono con questo battito
Ma quando voglio vedere il viso di quelle che le portano
Una gran nebbia s’alza dalla terra
Ai piedi dei campanili dietro le più eleganti riserve di vita e di ricchezza
Nelle gole che si oscurano tra due montagne
Sul mare nell’ora in cui il sole si fa più tiepido
Gli esseri che mi fanno segno sono separati da stelle
Eppure la vettura lanciata al gran galoppo
Porta via le mie esitazioni sino all’ultima
Chi m’attende laggiù nella città dove le statue di bronzo e pietra hanno scambiato i loro
posti con le statue di cera
Baniani baniani

Hotel delle scintille

La farfalla filosofica
Si posa sulla stessa rosa
E diventa una finestra dell’inferno
L’uomo mascherato è sempre in piedi davanti alla donna nuda
Coi capelli che scivolano come al mattino la luce su un lampione che hanno dimenticato
di spegnere
I mobili sapienti trascinano la stanza che fa giochi di destrezza
Con la rosa del soffitto
Coi raggi di sole circolari
Coi calchi di vetro
All’interno dei quali s’azzurra un cielo al compasso
Nel ricordo del seno inimitabile
Ora la nube di un giardino passa sulla testa dell’uomo che si è seduto
Taglia in due la donna dal busto di magia dagli occhi di Parma
È l’ora in cui l’orso boreale dalla grande aria d’intelligenza
Si stira e conta un giorno
Sull’altro versante la pioggia s’impenna sui viali d’una grande città
La pioggia della nebbia con strisce di sole su fiori rossi
La pioggia e il diabolo dei tempi andati
Le gambe sotto la nube fruttifera fanno il giro della serra
Non si distingue più che una mano bianchissima il polso è raffigurato da due minuscole ali
Il bilanciere dell’assenza oscilla tra le quattro mura
Fendendo le teste
Dalle quali bande di re che si fanno immediatamente guerra
Finché l’eclisse orientale
Turchese sul fondo delle tazze
Scopre il letto equilatero con lenzuola color di quei fiori che chiamano palloni di maggio
I graziosi tavolinetti le tende lacerate
A portata di un piccolo libro su cui si leggono queste parole Point de lendemain
Che ha un autore dal nome bizzarro
Nell’oscura segnaletica terrestre

Un uomo e una donna assolutamente bianchi

In fondo all’ombrello vedo le prostitute meravigliose
In abiti un poco sbiaditi a lato del lampione del colore dei boschi
Portano con sé un grande pezzo di carta da parati
Come quelli che non si possono contemplare senza una stretta al cuore ai piani d’un tempo d’una casa in demolizione
Oppure una conchiglia di marmo bianco caduta da un caminetto
Oppure un sottile filo di quelli che a catene dietro di loro si confondono negli specchi
Il grande istinto della combustione s’impadronisce delle strade dove stanno
Come fiori bruciati
Con gli occhi che lontano sollevano un vento di pietra
Mentre si deteriorano immobili al centro del turbine
Niente per me eguaglia il senso del loro pensiero disarticolato
La freschezza del ruscello nel quale i loro stivaletti immergono l’ombra del loro becco
La realtà di quelle manciate di fieno tagliato nelle quali spariscono
Vedo i loro seni che introducono una punta di sole nella notte profonda
Il ritmo con cui si abbassano e s’alzano è la sola misura esatta della vita
Vedo i loro seni che sono stelle su onde
I loro seni nei quali piange per sempre l’invisibile latte turchino

Postino Cheval

Noi uccelli che sempre incanti dall’alto di questi belvedere
E che ogni notte ci raccogliamo in una fronda fiorita dalle tue spalle ai manici della tua amata carriola
Che ci strappiamo più vivi di scintille ai tuoi polsi
Siamo i sospiri della statua di vetro che si solleva sul gomito quando l’uomo dorme
E quando brecce brillanti s’aprono nel suo letto
Brecce attraverso le quali si possono intravvedere cervi con palchi di corallo in una radura
E donne nude giù nelle profondità di una miniera
Ti ricordi ti alzavi allora scendevi dal treno
Senza degnare di uno sguardo la locomotiva in preda alle immense radici barometriche
Che geme nella foresta vergine a tutto vapore con le sue caldaie ferite
Coi fumaioli fumanti di giacinti e spinta da serpenti turchini
Ti precedevamo allora noi piante metamorfiche
Che ogni notte facevamo segnali intercettabili dall’uomo
Mentre crolla la sua casa e si sorprende davanti agli strani incastri
Che il suo letto cerca cerca di creare col corridoio e le scale
Le scale si ramificano indefinitamente
Conducono ad un mucchio di fieno s’allargano d’un tratto su una pubblica piazza
Son fatte di dorsi di cigni con un’ala aperta a ringhiera
Girano su se stesse come per mordersi
Ma no si contentano di aprire sotto i nostri piedi tutti i gradini come cassetti
Cassetti di pane cassetti di vino cassetti sapone cassetti di specchio cassetti di scale
Cassetti di carne con maniglie di capelli
A quest’ora quando migliaia di anatre Vaucanson si lisciano le penne
Senza voltarti afferravi la cazzuola con cui si fanno i seni
Noi ti sorridevamo tu ci tenevi per la vita
E ci mettevamo nelle pose che tu volevi
Immobili sotto le palpebre per sempre come alla donna piace vedere l’uomo
Dopo che ha fatto l’amore

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Ho davanti a me la fata del sale
Col vestito ricamato d’agnelli
Che scende sino al mare
E col velo che di dislivello in dislivello colora d’iride tutta la montagna
Brilla al sole come un lampadario d’acqua viva
E i piccoli ceramisti della notte si sono serviti elle sue unghie senza luna
Per completare il servizio da caffè della belladonna
Il tempo si guasta miracolosamente dietro le sue scarpe a stella di neve
Lungo una traccia che si perde nelle carezze di due ermellini
I pericoli retrospettivi hanno un bell’essere riccamente ripartiti
Dai carboni mal spenti nel pruno da siepe dal serpente corallo che può passare per un sottilissimo filo di sangue coagulato
Il fondo del focolare
È sempre così splendidamente nero
Il fondo del focolare dove ho imparato a vedere
e sul quale balla senza sosta la crespella dal dorso di primule
La crespella che occorre lanciare così in alto per dorarla
Quella di cui ritrovo il gusto perduto
Nei suoi capelli
La crespella magica il sigillo aereo
Del nostro amore

……………………………………..

Sempre per la prima volta
Ti conosco appena di vista
Rincasi a una certa ora della notte in una casa obliqua rispetto alla mia finestra
Casa del tutto immaginaria
E là che da un minuto all’altro
Nel buio intatto
M’aspetto che si produca una volta di più lo strappo affascinante
Lo strappo unico
Della facciata e del mio cuore
Più m’avvicino a te
In realtà
Più la chiave canta alla porta della camera ignota
In cui mi appari sola
Sei dapprima tutta intera fusa nel brillante
L’angolo fugace d’una tenda
È un campo di gelsomini che ho contemplato all’alba su una strada dalle parti di Grasse
Con le donne che coglievano i fiori in diagonale
Dietro di loro la sinistra ala cadente delle piante sguarnite
Davanti ad esse la squadratura dell’abbagliante
Col sipario invisibilmente sollevato
Rientrano in tumulto tutti i fiori
Sei tu alle prese con quest’ora troppo lunga mai abbastanza torbida sino al sonno
Tu come se potesse essere
La stessa tranne che non t’incontrerò mai
Tu fingi di sapere che ti osservo
Meravigliosamente non sono più sicuro che lo sai
Il tuo ozio mi riempie gli occhi di lacrime
Una nube d’interpretazioni circonda ognuno dei tuoi gesti
È una caccia col vischio
Ci sono sedie a dondolo su un ponte ci sono fronde che rischiano di graffiarti nella foresta
Ci sono in una vetrina di rue Notre-Dame-de-Lorette
Due belle gambe incrociate inguainate in calze alte
Che si svasano al centro di un grande trifoglio bianco
C’è una scala di seta srotolata sull’edera
C’è
Che a chinarmi sul precipizio
Della fusione senza speranza della tua presenza e della tua assenza
Ho trovato il segreto
Di amarti
Sempre per la prima volta

Interno

Una tavola imbandita con lusso estremo
Lunga a dismisura
Mi separa dalla donna della mia vita
Che appena intravedo
Nella stella di calici di tutte le dimensioni che la tiene rovesciata all’indietro
Scollata come da un colpo di vento

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