Poesie e altro
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Oskar Davico

Oskar Davico

Scrittore serbo (Šabac 1909 – Belgrado 1989). In una prima fase la sua  opera fu ispirata a motivi irrazionalisti e surrealisti (Anatomija, 1930; Pesme “Canti”, 1938).
Imprigionato per propaganda comunista dal 1932 al 1937, poi internato all’inizio del secondo conflitto mondiale, dopo il 1943partecipò alla guerra partigia­na a cui dedicò reportages (Fra i partigiani di Markos, 1947) e versi (lI ciliegio oltre il recinto, 1950).  La sua produzione si caratterizza, dopo la guerra, per un più impegnato rapporto verso la realtà, sia nella poesia: ÄŒovekov čovek (“L’uomo dell’uomo”, 1953); Flora, 1955; Snimci (“Foto”, 1963); Pročitani jezik (“Lingua letta”, 1972); Reči na deba (“Parole in atto”, 1977), sia nel romanzo: Beton i svici (“Cemento e lucciole”, 1956); ÄŒutnje (“Silenzî”, 1963); Tajne (“Misteri”, 1964); Bekstva (“Fughe”, 1966); Zavičaj (“Patria”, 1971). È anche autore di memorie, saggi, sceneggiature cinematografiche.

La cella

Notte fredda in una cella.
Il dito sulla parete, dormi-veglia.
Solo nello spazio scuro,
miagolo, perduto come un bimbo che cerca casa.

Le mie forze si allentano – fino a diventare nulla
Per favore venite
raccontatemi storie di luna
e dormirò con esse ora.

Dolce ragazzo abbattuto,
muoio nel tuo buio:
ti chiamano assassino –
ti amo di più.

Non ho mai ucciso. Ho lottato
per la libertà, la pace,
per la vita e un cuore calmo.
Una buona guerra.

Ho dato i miei anni vivi
a tutto: e ci credo.
So che il Tempo Nuovo sta arrivando –
vedo il suo primo sole.

Ballata dei sogni del nero netturbino

Sono uno spazzino curvo analfabeta come un verme di banana
ma quando brandeggio la scopa di canne
attraverso gli stadi di polvere, vedo la città di Copacabana
gli occhi curvati come arcobaleni allegri ed arroganti nel sogno.
Fra la giustizia ed i ceppi
la differenza è questa:
quando il mio sogno a tre turni si solleva con la polvere,
quando si avvia, non si abbatte come la polvere,
o giustizia che mi sovrasti con le ciglia altere!

Quando snello ed alto come scopa di palma
accarezzo con la nuvola quella al mondo più amata,
allora una gioia immensa immensa come l’onda
al cielo mi solleva con la gonna in fiore.
Dietro questi fiori si nasconde ancora mio figlio.
Ma fra me e lui che matura sotto la gonna di una donna a più piani
la somiglianza in genere è giusta:
solo devo sognarlo fino in fondo questo sogno senza biglietto di ritorno
o giustizia che mi sovrasti con le ciglia altere.

Ma allora il mio petto nudo si decora
ai meriti del sogno sotto le stelle della continuazione.
Su una parte del petto si sveglia mio figlio ogni alba
ed impara a memoria il piano dell’avvenire che gli sogna il padre dei padri.
Quando arriva a metà, ordinerò per lui sulla terrazza
il vino più costoso,
perché la differenza fra lui, me e lui
è in parte su questa via, lui è veglia del mio sogno incolto
più abbondante del tuo colle,
o giustizia con le ciglia altere sopra il mio figlio stellato.

Ancora una volta mentre brandisco la scopa di gomma
– si svegliano i sogni più incancellabili della gloria.

Oggi nessuno li sa sognare-
appena i figli dei figli lo sapranno
in una più alta uguaglianza fra uomini più arditi, fra donne
più tremanti, le somiglianze sono queste : ogni sangue è imperfetto.
Anche il tuo, giustizia degli uomini neri, dalle ciglia che mi sovrastano.

Trad. Giacomo Scotti

Brivido

Quando cadrò, ultimo soldato,
chi dirà il mondo che videro senz’urlo
gli occhi che non ricevono il cambio da mille morti
sulla quota d’attacco?
Fra me e la morte
non c’è stato neppure un un disco smarrito
di segreto.

Quando le ultime ombre
celano la presenza senza nome
fra me e la morte senza salvagente,
senza sponde fra il labbro di sotto e di sopra,
senza un guscio da galleggiare,
senza una barca fra la mano sinistra e la destra per versare,
senza il sole fra il pensiero e il silenzio ed il delirio,
senza intervallo fra la ferita e il senso: Anna!
senza vento fra il seme e lo stame d’amore,
senza fiumi, pleure accecate delle sponde del non appassire,
scroscia il giorno sul muro della tenebra e sguscia anche da noi tre,
forse allora
qualche altra terra sentirà rattrappirsi
sotto il tetto qualcosa che somiglia a una mammella
forse da qualche gorgo si aprirà
una vista senza cataratta:
quando l’ultimo ciuffo d’erba si incurverà qui
fra l’amore, te e me.

Quando cadrò, ultima staffetta,
sopra il segreto,
che ti dirà quel che succede
fra la parola e il labbro,
fra me e la morte
con i pensieri dalle gambe svelte
con mosse da narciso?
Il ricordo è un barbaglio
di un proiettile forse che si schiaccia
sulla strada della clinica ostetrica?
Ora vorrei tornarci:

Ma dalla terra
posso mai tornare?
Niente da fare.

Trad. Giacomo Scotti

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