Opere soffocate
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“Leopino e la torre” di Martina Feola

Il bosco era pervaso dai profumi della primavera e avvolto in una luce magica. Le primule punteggiavano l’erba e la luce del sole danzava tra i rami verde ancora tenero degli alberi.
Mentre passeggiavo, ad un certo punto, notai uno strano movimento dietro ad un cespuglio. Un mucchietto di pelo grigio screziato. Era Leopino, il mio micio morto da molto tempo. “Che piacere vederti!” gli urlai. L’animaletto, però, scappava sempre più velocemente e mi dava anche l’impressione di diventare sempre più grande. “Fermati Leo” ansimavo ormai con il fiatone.
Ad un certo punto mi ritrovai appoggiato alla sua groppa. Non mi dovevo neppure tenere; ero ormai quasi incollato a lui da una sorta di forza magnetica particolare. Mi accorsi anche che stavamo volando.
“Che bello, Leo!-  esclamai – stiamo volando sul bosco!”
“Ho imparato a volare da quando sono diventato selvatico” mi spiegò
“Selvatico?”
“Sì. Voglio ancora bene a te, ma, per il resto, non voglio più avere a che fare con gli uomini”
“Perché?”
“Ora ti mostro il perché”
Volarono fino a raggiungere un precipizio.
In fondo al precipizio scorsi un cadavere. La visione mi fece correre un brivido lungo la schiena.
“Quell’uomo fino a due giorni fa era vivo. Era caduto nel precipizio e si era ferito. Io ho cercato di chiamare aiuto per lui, ma nessuno mi dava retta. Ancora ancora un cane abbaia ed acquisisce un minimo di autorità; ad un gatto non dà retta nessuno. Ogni tanto scendevo nel precipizio a tenere compagnia a quel poveretto, gli leccavo le ferite, ma più di quello non potevo fare. L’ho visto diventare sempre più debole e morire, senza che nessuno intervenisse”
La storia di Leopino mi rese triste, allora lui mi propose di andare in un posto dove sarei stato decisamente meglio.
Raggiungemmo il centro storico medioevale di una città sul mare, che poteva sembrare un po’ Genova.
Tra le case e i grigi tetti di ardesia spiccava una torre. Era alta circa venti metri, con un’unica finestrella in alto, raggiungibile con una scala esterna.
C’erano molte persone che osservavano quel pregevole monumento. Una guida stava spiegando che quella finestrella era l’unica entrata della torre e non aveva molto senso in un’architettura cittadina.
“In realtà – proseguì – un tempo questa torre stava su un’isola e salire la scala ed entrare era importante per chi arrivava, magari naufrago. Solo che i guardiani della porta facevano entrare solo chi conoscesse se stesso”.
L’isola era circondata dal mare che fluttuava avanti e indietro, un po’ come la vita di una persona e i suoi ricordi.
Pensai che, forse, come per arrivare su un’isola bisogna lasciare il mare, così per conoscere veramente se stessi bisogna staccarsi dalla propria vita e dai propri ricordi.
“Poi – concluse la guida – la torre è stata smontata e ricostruita in una città”.
“Grazie Leo – ora mi sento meglio” mi venne da dire, ma Leopino era già sparito.

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